Cittadino e abitante: sinonimi differenti

Il greco antico aveva due termini per indicare gli abitanti di un luogo:  (Polìtes), (Oiketos).  Il primo indicava l’individuo in pieno possesso delle facoltà giuridiche, capace di poter esprimere i diritti civili e politici; l’Oiketòs era il semplice abitatore, un termine riferibile tanto al barbaro quanto agli elleni. Attorno a questi due falsi sinonimi ruota la distinzione tra politica ed anti-politica. Poche lingue hanno la chiarezza espressiva del greco antico, che garantiva tramite sfumature, minime agli occhi nostri, la costruzione di concetti complessi ed enormi.  ha origine da  quella parola che i libri di storia definiscono sommariamente città-stato, non chiarendo in alcun modo la divergenza tra il modello greco e quello delle prime grandi formazioni urbane, sorte già nel II millennio a.C in Asia mesopotamica.  Anche la Sumerica Ur, Babilonia e le città dell’antico Egitto espletavano da sole la funzione di stato, esercitando pressione sulle zone limitrofe, amministrando i culti religiosi e controllando le diverse attività economiche, e non è sufficiente porre come criterio di distinzione le differenze fisiche e dimensionali, assolutamente immani se confrontate alla limitatezza dei conglomerati urbani greci dal VII al IV secolo a.C., o.

Un’idea di quale fosse la novità straordinaria delle città greche ci viene offerta dallo storico siciliano Santo Mazzarino:

La polis, qualunque sia la sua forma di governo – aristocratica o democratica non importa- significa la partecipazione di tutti i cittadini di pieno diritto alla vita dello stato.

Quando insomma la collettività esce fuori dal guscio, prendendo coscienza delle proprio potenzialità, ritenendosi pronta ad amministrare il potere, si può parlare di Polis. In seno alla Polis nasce dunque quella disciplina (se così vogliamo definirla), il cui nome è tanto familiare da non venire più interpretato dalla radice, la cosiddetta  (Politica). L’etimologia è semplice anche per chi ha poche nozioni di linguistica: letteralmente si tratta del plurale neutro dell’aggettivo che tradotto in italiano suona come “ciò che è pubblico, bene della comunità”. Quindi se un uomo godeva dello status di cittadino, era in possesso di diritti inalienabili e partecipava attivamente al governo delle istituzioni. E non soltanto la democratica Atene, fulgido esempio di comunità libera e auto-amministrata, godeva di tali norme, ma parimenti anche l’oligarchica Sparta, vedeva i cittadini di pieno diritto godere degli stessi diritti e degli stessi doveri: tutti ricevano la stessa educazione, tutti dovevano impugnare le armi, a tutti era aperta la possibilità di accedere alle principali cariche pubbliche, tutti erano processabili se cadevano in qualche sospetto.

L’excursus storico-linguistico chiarisce la distanza che intercorre tra l’odierna definizione di politica e la sua connotazione originaria. Figli dello storicismo e delle grandi ideologie di fine ‘800, siamo portati ad intendere la parola politica come qualcosa di astruso e complesso. Fatto ancor più grave è il binomio partito/politica, divenuto ormai un unicum inscindibile, un mostro a due teste a cui sottomettersi o con cui scontrarsi. Ciascuno è ormai portato a rileggere la storia alla luce dei partiti. Così in riferimento al mondo romano, si parla ad  dello scontro tra Partito Popolare e Partito Senatorio; si immaginano Guelfi come Democristiani ante litteram, che combattono la minaccia liberale dei Ghibellini; si crede che la rivoluzione Francese sia stata provocata da schegge impazzite di Anarchici e Socialisti, in lotta contro il conservatorismo dei poteri forti.

I partiti sono un moderno fenomeno di costume e in quanto tali non sono indispensabili né eterni. Quelli italiani non fanno eccezione. Bisogna riconoscergli il merito di aver svolto un ottimo lavoro di mediazione tra le parti in momenti di particolare difficoltà storica. All’indomani della seconda guerra mondiale l’operato del P.C.I, quanto quello della Democrazia Cristiana di De Gasperi fu altamente apprezzabile.  Personalità del calibro di Palmiro Togliatti, Sandro Pertini, e Don Luigi Sturzo riuscirono a far rimarginare il tessuto incancrenito di una nazione infettata dalle lotte intestine e macchiata dal sangue di milioni d’innocenti.

Adesso però sono gli stessi partiti ad aver contratto un cancro latente, i cui effetti vengono alla luce con lentezza compassata. Certo un tumore nascosto fa meno male alla vista, ma a lungo andare corrode più gravemente gli organi. Sotto l’effetto di un perpetuo trasformismo, i partiti sono diventati monadi, nei quali al ricambio generazionale ed alla meritocrazia è subentrato il ciclico ricambio delle sigle e dei simboli e un gretto affarismo. Il partito, che teoricamente dovrebbe servire il cittadino, è il primo servo delle lobby di potere e di interessi individuali ed egoistici. Se per politica si intende dunque questa pratica, il Movimento 5 Stelle non deve e non può fare politica, non è necessario che si diano ai cittadini un nuovo simbolo e nuovi leader, non è partita una nuova corsa alle poltrone. Lo stesso statuto, anzi NON STATUTO del movimento recita:

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

Tuttavia il nostro impegno deve essere quello di cancellare la dicotomia tra cittadino e politico, di tornare cioè al nocciolo del fare politica. Nel nostro piccolo possiamo provare a dare l’input alla mentalità bagherese,a rendere Polites gli Oiketòs. Certo non sarà semplice lottare contro una mentalità così fortemente radicata.  La volontà sembra però non mancarci, ed è con questa che si da forza alle braccia per scalare le montagne. Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.

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